
“Vicenza è casa mia: è un po’ come il primo amore, quello che non si scorda mai”.
Sì, caro Paolo, tu volevi bene a quella città dove eri arrivato, poco più che ventenne, e dove alla fine avevi scelto di restare a vivere. Non per un giorno, ma per oltre trent’anni tanto che poi facevi pensare a tutti che tu fossi nato alle pendici dei Berici e sulle sponde del Bacchiglione a dispetto dei natali toscani, a Prato, di cui comunque eri fiero.
Però qui si era creato un legame speciale, di quelli unici e indissolvibili, che la cittadinanza onoraria, che ti era stata conferita lo scorso 18 febbraio, aveva soltanto suggellato formalmente.
In questi giorni la tua Vicenza ti ha stretto in un abbraccio quasi a voler ricambiare quell’affetto sincero e autentico. La camera ardente al Menti, il tuo stadio, e poi l’oratorio del Gonfalone ad accogliere, per una notte, il feretro prima che in Duomo venisse celebrata la liturgia funebre.
C’erano i tuoi compagni (e amici, alcuni quasi fratelli) di Spagna ’82 a tenere sulla spalla la bara di legno chiaro con appoggiata la maglia azzurra con il n. 20. C’erano i tuoi compagni (e amici) del Real Vicenza ad aspettarti con il cuore straziato e gli occhi gonfi per un dolore a cui non erano preparati.
C’erano tanti campioni di ieri, da Roberto Baggio che ti sognava come idolo da ragazzino non pensando certo di diventare un giorno Pallone d’oro come te a Paolo Maldini.
E poi le autorità civili, dal sindaco di Vicenza a quello di Prato, e quelle sportive con in testa il presidente della Figc Gabriele Gravina.
Troppo lungo fare un elenco però tutti, seppur in modo differente, volevano dirti per l’ultima volta grazie per le emozioni che eri riuscito a regalare da giocatore e per la persona che eri.
Il calciatore gentile, sempre con il sorriso, antidivo per eccellenza: e dire che un campione del mondo, capocannoniere pallone e scarpa d’oro, avresti anche potuto… tirartela come dicono oggi i giovani.
Invece tu restavi il Paolo di sempre, quello che amava Federica Cappelletti, tua moglie, lo splendido papà di Maria Vittoria e Sofia Elena, le tue bambine, ma anche di Alessandro, il tuo primogenito.
“Ti saresti detto meravigliato ed orgoglioso di questo mare di affetto – ha sottolineato nel suo ricordo Fabio Guadagnini, giornalista ed amico – Ci hai preso di sorpresa, come facevi in campo con i difensori e il portiere avversario. Dicevi che se credi in un sogno bisogna inseguirlo fino in fondo. E poi che si deve sempre fare squadra, giocare fino alla fine come hai fatto anche con la malattia. In cielo ritroverai gli amici di sempre, ma se oggi fossi qui con noi ci avresti parlato del senso della morte, con le parole della poesia di Henry Scott Holland: “La morte non é niente, sono solamente passato dall’altra parte, è come se fossi nascosto nella stanza accanto…”.
Non riesce a trattenere le lacrime l’avvocato Luigi Pelaggi, tuo socio nell’azienda agricola Poggio Cennina e nell’omonimo resort: “Sono stati 25 anni in cui abbiamo condiviso ogni cosa – ha sottolineato commosso – Paolo, sei stato l’amico ideale”.
Si fa forza Antonio Cabrini nel prendere il microfono e non farsi travolgere dalla commozione: “Insieme abbiamo vinto, abbiamo conosciuto le sconfitte, però abbiamo saputo rialzarci. Soprattutto abbiamo fatto nostro il vero significato della parola gruppo, il nostro gruppo. Adesso che te ne sei andato mi manca proprio tutto. Grazie perché se oggi sono quello che sono lo devo a te. Io non ti lascio andare, ti porto dentro di me”.
Ad officiare la liturgia funebre è stato Don Pierangelo Ruaro: “La vita é un passaggio e oggi noi celebriamo questo passaggio, la pasqua di resurrezione” ha esordito.
Si è soffermato poi sui testi sacri, la seconda lettera di Paolo a Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno”.
C’è poi il Vangelo di Matteo da cui attingere parole di conforto: “Paolo ci ha lasciato di sorpresa, la stessa dei difensori avversari quando se lo trovavano davanti in area – prosegue il sacerdote – Ha vissuto anche la malattia con discrezione. La sua grandezza è stata di essere un fuoriclasse, ma mai un personaggio.
Non ha mai nascosto l’importanza della fede. Diceva: “Sono di una generazione in cui i valori cristiani erano importanti”. Ha fatto il chierichetto, poi più grandicello aveva pensato anche di entrare in seminario, ma ci è rimasto soltanto una settimana prima di capire che non faceva per lui. La fede, però, lo ha aiutato nei momenti di difficoltà. Una fede fatta di quotidianità, di sorrisi, rispetto, umiltà”.
Ritorna poi sui testi liturgici: “Le due pagine bibliche parlano di missione, del compito che é affidato ad ogni cristiano. Ecco, La vita di Paolo è stata coerente con i valori in cui é cresciuto e nei quali credeva. L’annuncio evangelico si fa lungo la strada e credo che lui ci sia riuscito. Un giorno, in una delle tante interviste, ha dichiarato: “Il momento più bello del Mondiale di Spagna é stato il finale della finale: capire, guardando i tifosi presenti al Bernabeu, che la gioia di tutte quelle persone era anche merito mio”.
Poi l’ultimo saluto: “Ora giocherai con la nazionale del cielo: grazie ancora per aver fatto sognare tanti italiani e vicentini”.
E sono proprio i tifosi vicentini a tributargli lungo applauso all’uscita dalla cattedrale. Si alza il coro “Paolo Paolo” a salutarlo per l’ultima volta mentre dalle spalle dei suoi ex compagni il feretro viene deposto e fatto partire per l’ultimo viaggio.
Lontano da Vicenza, ma con l’amore dei suoi concittadini ad accompagnarlo: per sempre!
Paola Ambrosetti



















